f o t o g r a f i e
Resta lì, la foglia, trattenuta da un filo invisibile, come un’anima appesa tra il coraggio e la paura.
Sa che il vento potrebbe tradirla,
che il tempo la guarda senza pietà.
Eppure rimane, fragile, dignitosa,
tra il non più e il non ancora.
Come noi, quando la vita ci tiene per un soffio, e ogni respiro sembra l’ultimo abbraccio prima della caduta.
In un mondo in cui tutti crescono dritti per compiacere lo sguardo degli altri, chi si piega in un’altra direzione viene spesso ignorato, giudicato o persino spezzato.
Eppure, è proprio chi ha avuto il coraggio di non seguire il disegno degli altri che ha lasciato un segno.
Come questo tronco inclinato, che osa raccontare una storia diversa in un coro di silenzi verticali.
Siamo tutti pedine su una scacchiera invisibile, dove ogni mossa conta più di quanto immaginiamo. A volte, è una scelta fatta tempo fa – piccola, apparentemente innocua – a decidere il nostro destino. E mentre ci illudiamo di avere ancora tempo, la vita, silenziosa e impassibile, ci porta passo dopo passo verso lo scacco matto.
Il lago non mente: riflette ciò che ha di fronte con assoluta sincerità.
Così è anche l’anima, quando trova quiete.
Tra le pieghe dell’acqua si specchiano montagne e nuvole, ma anche i nostri pensieri, le paure e le speranze.
Perché a volte, guardare un riflesso è il modo più profondo per vedere davvero.
Invidio le lumache. Portano sempre con sé la loro casa, il loro rifugio, il loro mondo.
Noi, invece, spesso siamo costretti a lasciarlo, per scelta, per necessità, per sogni o per sopravvivenza.
E ogni volta dobbiamo ricostruire, reinventare, riconoscere un luogo come “casa”.
Ma non sempre è facile sentircisi, anche quando abbiamo un tetto sopra la testa.
Sta lì, immobile, come chi ha sentito il proprio nome chiamato tra tanti.
Piccolo, fragile, ma composto, come un essere umano alla fermata del proprio destino.
È il numero 6, ma potrebbe essere l’1 o il 99: ciò che conta è che oggi è il suo turno.
E mentre il cielo resta muto, lui guarda avanti, forse sperando che quel richiamo non arrivi mai.
Se n’è andato in punta di piedi, come ha vissuto: con umiltà.
Papa Francesco non cercava onori, ma cuori da sollevare. Non predicava da un trono, ma camminava accanto agli ultimi, con lo sguardo basso e l’anima alta. In un tempo fatto di rumore e vanità, è stato silenzio che consola, mano tesa, carezza paterna.
Oggi il mondo perde una guida, ma non l’esempio: la sua umiltà è seme vivo, pronto a germogliare in ogni gesto sincero, in ogni amore senza clamore.
A volte, quando il peso del mondo ci costringe a terra, quando la luce sembra troppo forte o la via troppo incerta, non ci accorgiamo della presenza che veglia silenziosa alle nostre spalle. L'ombra, qui, non è oscurità, ma rifugio; non è assenza, ma forza tranquilla. È il custode discreto, l'angelo senza ali che si staglia saldo, offrendo supporto e protezione senza clamore. In quel profilo scuro c'è la promessa di una compagnia costante, un sostegno invisibile ma incrollabile, proprio quando ne abbiamo più bisogno.
Entra la luce, lenta, come un pensiero che non osa farsi parola.
Sfiora la sedia vuota, dà vita al legno, disegna confini all’assenza.
Senza di lei, nulla esisterebbe. Eppure,
è il buio a custodire il senso profondo del suo passaggio.
Perché ogni luce è figlia dell’ombra,
e ogni ombra è il ricordo di una luce perduta.
Resto fermo, mentre tutto intorno corre, sfuma, svanisce.
La giostra del mondo gira vorticosa, luci e ombre si mescolano in un ritmo che non mi appartiene.
E io, al margine del tempo, osservo in silenzio
con la malinconia di chi non vuole salire,
ma non riesce a distogliere lo sguardo.
Dietro quelle finestre chiuse, si nascondono vite che hanno smesso di affacciarsi al mondo.
Ogni balcone è un respiro trattenuto, ogni persiana chiusa un ricordo che non vuole più la luce.
Come quella facciata, a volte anche noi ci barrichiamo dentro, per non sentire il tempo che passa,
per non ammettere che ciò che era casa, ora è solo silenzio.
Nel grigio della vita,
che tutto smorza, tutto consuma,
il rosso dei papaveri esplode
come un grido silenzioso.
È la forza di chi resiste,
di chi prova a fiorire
nonostante il peso del tempo.
Ma il bianco e nero avanza, lento e inesorabile
e un giorno,
anche il rosso sarà ricordo.
Non tutti nascono roccia. Alcuni, come questo fragile seme, vengono al mondo sospesi, incapaci di opporsi al vento.
Non scelgono la forza, né la direzione: si lasciano portare, si lasciano spezzare.
La loro condanna è nella bellezza effimera che li accompagna, nella leggerezza che il mondo ammira ma non protegge.
Essere fragili non è poesia: è resistere in silenzio, sapendo che basta un respiro in più per essere spazzati via.
Vorrei che il tempo che resta
scorresse lieve, come un fiume al tramonto,
senza ansie a turbare la corrente,
senza paure a oscurare le sponde.
Vorrei giorni semplici,
in cui respirare non sia resistere,
ma accogliere il silenzio,
il vento, una carezza.
Vivere non per fuggire,
ma per abitare ogni istante
come un rifugio sicuro,
finalmente mio.
Tra l’intrico del buio
si apre un varco sottile,
un fragile sentiero illuminato
che sembra indicare la vita.
È dono raro,
forse destino, forse caso,
o il coraggio segreto dell’uomo
che sceglie di seguirlo.
Ma intorno preme l’ombra,
sempre più fitta, più crudele:
la luce trema, vacilla,
e non tutti arriveranno a toccarla.
Una colonna d’acqua scende senza fretta, come un pensiero che non trova pace.
La roccia resta, scura e muta, mentre il tempo le passa davanti ogni giorno fingendo di non toccarla.
La cascata non scava con la forza, ma con la costanza: cade, si spezza, si ricompone.
E quando tocca il fondo, non resta che il suono, una memoria che continua a cadere anche quando nessuno ascolta.